martedì 5 febbraio 2013

corrispondenze


c'era una volta una bicicletta, un cappello, un nome, ripetuto due volte, tre, un angolo, girato. era la stessa bici forse, forse no, qualche anno dopo, qualche libro dopo, qualche parola, silenzio e cappuccino dopo.

oh cuore, che volasti troppo vicino al sole e ti infrangesti per mai più riaverti.

l'altro giorno ho buttato via chilometri di parole, parole appartenenti al passato, al futuro scarso delle probabilità improbabili, all'imbarazzo delle passioni sconvenienti, a notti insonni passate a scrivere sotto l'effetto della luce allucinogena di un lampione fuori dalla finestra...

roba che faceva un po' ridere, ecco.

che mamma birichina...

adieu

c'era una volta che ero incinta di parecchi mesi, seduta fuori da stockmann, con le gambe sopra la sedia di fronte alla mia, e mangiavo un gelato di ben&jerry, il primo e l'ultimo della mia vita, credo, in coppetta. c'era sole, tanta gente, faceva caldo e il traffico scorreva rumoroso, a singhiozzi. poi improvvisamente si è fermato tutto, il mio sguardo si è alzato in aria con la precisione di un magnete e si è appoggiato per un istante sul vetro di un pullman fermo lì davanti. in quel nanosecondo il tempo, il traffico, la città, il mondo, l'universo e tutte le probabilità delle galassie parallele sono esplose in un corto circuito, perché sul pullman c'era una faccia, una faccia che mi stava spiando e che probabilmente mi aveva spiato per tutta la durata della sosta al semaforo, una scarica di attimi, muti, senza ossigeno. la faccia stava guardando me, bellissima come mai prima, pensai con senso di rivincita, con i capelli biondi chiusi in una crocchia, con in grembo un figlio, un figlio non suo, non di quella faccia, un figlio ancora senza faccia, senza nome, e chissà cosa stava pensando, rimpiangendo, ammirando o sognando quella faccia, perché quando ha visto che di colpo il destino cecchino aveva tirato il mio sguardo sul suo, si girò velocissima, evitando di dover sostenere l'incontro. allora anch'io per riflesso, delusione, sorpresa, dispetto, pudore, orgoglio, paura o vergogna mi divertii a lasciar correre via lo sguardo, come se la faccia fosse davvero parte di un unico nulla tutto da tralasciare, come se davvero fosse niente su di cui soffermarsi... e mentre guardavo altrove, pesando la sosta che ancora durava, facendo lo sforzo di portare il cucchiaino di plastica alla bocca con lo stesso ritmo di prima, senza inghiottire per paura di far esplodere il mondo, perché tutto -anche il rumore- si era fermato, mi chiedevo se la faccia stesse guardando ancora anche lei altrove, facendo come me finta di niente, facendosi come me anche lei le stesse domande, giocando come me allo stesso gioco. fu l'ultima volta, quella, che io e la faccia giocammo insieme ad un gioco senza premi, di cui nessuno dei due secondo me aveva mai ben capito le regole.