non apro un libro da circa 4 anni. non leggo notizie da circa 4 anni (apparte quelle che mi arrivano per forza di cose attraverso chi ho intorno...)
prima, quando ero "connessa" e c'ero dentro, ero di fuori. ma proprio fuori.
la vita che avevo nella testa era totale. overwhelming. la vita che vivevo nella vita non era vita.
mismatch.
allora un bel giorno ho deciso che era ora di staccare la spina,
accendere il cervello - o spegnerlo - a seconda delle interpretazioni,
e iniziare a vivere
allineare un secondo la realtà con le idee, le parole con le azioni, i principi con i passi, chiamalo come cazzo ti pare. seguire il cuore, live a little, get a life, mandare tutti in culo. boh.
allora in questi quattro anni sono stata impegnatissima a vivere. la mia vita. quella che prima quasi quasi mi passava davanti senza che riuscissi neanche a sfiorarla...
prima
ero sposata, mi ero appena comprata casa (o se l'era comprata il mio ex per sé e sua mamma, a seconda delle interpretazioni*) e sembrava che tutto andasse a gonfie vele
era la casa dei sogni, l'uomo dei sogni (vabè, sì, dài, poverino!), tutto perfetto. potevo morire.
era questo il problema, che non ero pronta a morire.
allora purtroppo o per fortuna un giorno il sogno si è infranto, l'ho infranto io, con la leggerezza con cui si fa scoppiare una bolla di sapone che però era fatta d'acciaio inossidabile, una trappola di ferro...
fatica
dolore
inevitabili
grido
era l'estate del mio 25 compleanno ed io, seduta su un divano bianco enorme da 3.500 euro, nella mia casina tutta bianca enorme da parecchi più euro, arredata appena appena da me con tutti i miei bei soldini guadagnati col mio primo lavoro d'ufficio, casina con tutti i suoi bei lumini, con tutte le sue piantine di bamboo, le statuine del buddha, le candele e i regali di nozze finalmente messi in ordine (dopo 6 anni di provvisorietà)... mi sono finalmente sentita in gabbia, intrappolata come un uccellino, incatenata come una pantera e depressa, come una bestia in cattività. e se fino a quel momento avevo vissuto rimandando tutto a quel momento di perfezione, ora che la perfezione l'avevo sotto mano capivo che era stato tutto un inganno. ho iniziato a fumare, mi sono immersa nella politica, nei commenti di un blog giornalistico in cui mi dissero che ero Grace di Dogville. ero sola, disperata e vecchia, marcia, brutta, putrida, borghese, ipocrita e triste. rovinata a 25 anni. eppure se guardi la foto di me seduta su quel divano, mentre guardo fuori dalla finestra verso il lago al tramonto... ero bellissima...
insomma ho preso le chiavi di quella carriola che mio marito chiamava macchina ed ho portato tutto via. tutto nel senso tutte le mie cose, quelle che all'epoca contavano davvero: i diari, le foto, i ricordi, un angioletto di gesso... a lui ho lasciato il parquet, i muri che non mi aveva voluto far dipingere, il panorama sul lago in cui da quella parte di spiaggia lì nessuno dei due si sarebbe mai immerso, le tende bianche, le lenzuola di seta, il mutuo e tutte le cosine preziose preziose più di me e della mia presenza. il vuoto. ciao. addio per sempre.
addio per sempre era il suo, non il mio. io non avrei voluto escluderlo dalla mia vita. fu lui a dirmi che o era il possesso o niente. strozzino.
ho fatto quattro piroette, mi sono sfracellata su tre muri, rompendomi sempre la testa e un paio di volte anche il cuore...
una pazza disperata che fa finta di avere tutto sotto controllo
it's the pain dicevano
vabè. ragione.
ho vissuto per un po' sommersa nel buio, in tutte le mie vecchie cose, scatoloni, libri... in un'altra casina vicino ad un altro laghetto, tutto più piccolo, tutto più mio, tutto più intimo e fosco, silenzioso.
bag lady
...the other woman
un giorno ho trovato un uomo che era rimasto solo con due figli, perchè la tipa anche lei gli aveva lasciato il vuoto. se n'era scappata altrove, di fretta. ho deciso che lui mi piaceva e che sarebbe stato un buon padre per mio figlio. mio figlio che doveva nascere per forza prima che io compiessi trent'anni e qualcosa mi diceva che sarebbe stato maschio. e il nome, che l'ex marito proprio non capiva - sono segni del destino - doveva essere Lupo. Perchè un nome più bello non riesco ancora a trovarlo.
Lúpo, oggi, ha un accento islandese, come il suo papà, ha un anno e tre mesi e sorride.
io sono alla soglia dei trenta e non mi manca niente. mi piace dove sono e mi piace chi ho intorno. sono pronta a riprendere in mano un libro e a riaccendere / spegnere? il cervello (non è che non ci abbia provato in tutto questo tempo... ma non avevo la testa... -per spegnere il cervello- ero troppo impegnata ad aggiustarmi la vita...)
ieri, rileggendo mammamia ragazzi, ho deciso che era ora di riprendere a scrivere. vediamo se riesco a trascrivere un po' di vecchi appunti.
buona lettura.
*non che avessero tutti i torti, poverini, d'altronde cosa vuoi che ne sapesse di economia domestica una poppante...
prima, quando ero "connessa" e c'ero dentro, ero di fuori. ma proprio fuori.
la vita che avevo nella testa era totale. overwhelming. la vita che vivevo nella vita non era vita.
mismatch.
allora un bel giorno ho deciso che era ora di staccare la spina,
accendere il cervello - o spegnerlo - a seconda delle interpretazioni,
e iniziare a vivere
allineare un secondo la realtà con le idee, le parole con le azioni, i principi con i passi, chiamalo come cazzo ti pare. seguire il cuore, live a little, get a life, mandare tutti in culo. boh.
allora in questi quattro anni sono stata impegnatissima a vivere. la mia vita. quella che prima quasi quasi mi passava davanti senza che riuscissi neanche a sfiorarla...
prima
ero sposata, mi ero appena comprata casa (o se l'era comprata il mio ex per sé e sua mamma, a seconda delle interpretazioni*) e sembrava che tutto andasse a gonfie vele
era la casa dei sogni, l'uomo dei sogni (vabè, sì, dài, poverino!), tutto perfetto. potevo morire.
era questo il problema, che non ero pronta a morire.
allora purtroppo o per fortuna un giorno il sogno si è infranto, l'ho infranto io, con la leggerezza con cui si fa scoppiare una bolla di sapone che però era fatta d'acciaio inossidabile, una trappola di ferro...
fatica
dolore
inevitabili
grido
era l'estate del mio 25 compleanno ed io, seduta su un divano bianco enorme da 3.500 euro, nella mia casina tutta bianca enorme da parecchi più euro, arredata appena appena da me con tutti i miei bei soldini guadagnati col mio primo lavoro d'ufficio, casina con tutti i suoi bei lumini, con tutte le sue piantine di bamboo, le statuine del buddha, le candele e i regali di nozze finalmente messi in ordine (dopo 6 anni di provvisorietà)... mi sono finalmente sentita in gabbia, intrappolata come un uccellino, incatenata come una pantera e depressa, come una bestia in cattività. e se fino a quel momento avevo vissuto rimandando tutto a quel momento di perfezione, ora che la perfezione l'avevo sotto mano capivo che era stato tutto un inganno. ho iniziato a fumare, mi sono immersa nella politica, nei commenti di un blog giornalistico in cui mi dissero che ero Grace di Dogville. ero sola, disperata e vecchia, marcia, brutta, putrida, borghese, ipocrita e triste. rovinata a 25 anni. eppure se guardi la foto di me seduta su quel divano, mentre guardo fuori dalla finestra verso il lago al tramonto... ero bellissima...
insomma ho preso le chiavi di quella carriola che mio marito chiamava macchina ed ho portato tutto via. tutto nel senso tutte le mie cose, quelle che all'epoca contavano davvero: i diari, le foto, i ricordi, un angioletto di gesso... a lui ho lasciato il parquet, i muri che non mi aveva voluto far dipingere, il panorama sul lago in cui da quella parte di spiaggia lì nessuno dei due si sarebbe mai immerso, le tende bianche, le lenzuola di seta, il mutuo e tutte le cosine preziose preziose più di me e della mia presenza. il vuoto. ciao. addio per sempre.
addio per sempre era il suo, non il mio. io non avrei voluto escluderlo dalla mia vita. fu lui a dirmi che o era il possesso o niente. strozzino.
ho fatto quattro piroette, mi sono sfracellata su tre muri, rompendomi sempre la testa e un paio di volte anche il cuore...
una pazza disperata che fa finta di avere tutto sotto controllo
it's the pain dicevano
vabè. ragione.
ho vissuto per un po' sommersa nel buio, in tutte le mie vecchie cose, scatoloni, libri... in un'altra casina vicino ad un altro laghetto, tutto più piccolo, tutto più mio, tutto più intimo e fosco, silenzioso.
bag lady
...the other woman
un giorno ho trovato un uomo che era rimasto solo con due figli, perchè la tipa anche lei gli aveva lasciato il vuoto. se n'era scappata altrove, di fretta. ho deciso che lui mi piaceva e che sarebbe stato un buon padre per mio figlio. mio figlio che doveva nascere per forza prima che io compiessi trent'anni e qualcosa mi diceva che sarebbe stato maschio. e il nome, che l'ex marito proprio non capiva - sono segni del destino - doveva essere Lupo. Perchè un nome più bello non riesco ancora a trovarlo.
Lúpo, oggi, ha un accento islandese, come il suo papà, ha un anno e tre mesi e sorride.
io sono alla soglia dei trenta e non mi manca niente. mi piace dove sono e mi piace chi ho intorno. sono pronta a riprendere in mano un libro e a riaccendere / spegnere? il cervello (non è che non ci abbia provato in tutto questo tempo... ma non avevo la testa... -per spegnere il cervello- ero troppo impegnata ad aggiustarmi la vita...)
ieri, rileggendo mammamia ragazzi, ho deciso che era ora di riprendere a scrivere. vediamo se riesco a trascrivere un po' di vecchi appunti.
buona lettura.
*non che avessero tutti i torti, poverini, d'altronde cosa vuoi che ne sapesse di economia domestica una poppante...
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