Scivolo, scivolo quasi impercettibilmente mentre cammino incostante su questi marciapiedi di ghiaccio nero. Sguscio verso il basso, verso un buco, verso una scatola piena di bottoni grigi che smangiucchiano la fantasia. Vado avanti e torno indietro, vado avanti e torno indietro, come un ciondolo o un pendolo, o una vecchia su una sedia a dondolo. Oscillo tra me e te, lei e loro, quel che dentro mi si muove e che poi muore, muore, muore. L'utero che spinge e il palato che frena, edonistico, l'impulso alla continuazione della specie. Vado di quA, vado di lA. Tiro verso il vecchio e poi scappo verso il nuovo. Corro, spingo, mi smentisco, mi tradisco. Tra il sacro e il profano mi ricamo, con tanta lana bianca, una dignitosa trappola. Una grossa ragnatela dove in mezzo c'E un bel ragno che assomiglia proprio a me, me travestita da comare di paese, "signorina". Ecco che soffoco e ritorno da te. Da te e dalle tue mani nude, spoglie di ipocrite promesse. Libera, amore.
Chiamatemi pure e per sempre signora.
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